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INVITO DEL MINISTRO BONDI ALLA SCUOLA DI GUBBIO
Cari amici Promotori della Libertà, la scuola di formazione di Gubbio ha dimostrato il valore e la necessità di intensificare i nostri sforzi per la crescita di una nuova leva...
SANDRO BONDI E’ IL RESPONSABILE DELLA CULTURA E DELLA FORMAZIONE PER I PROMOTORI DELLA LIBERTA’

Cari amici, il nostro “laboratorio” presenterà attraverso questo sito gli interventi di autorevoli esponenti politici, intellettuali, giornalisti, economisti ed esperti che vogliono essere la base di dibattito per dare luogo ad un franco e continuativo confronto con gli italiani.
Oggi apriamo la home page con un importante testo di Sandro Bondi, Ministro dei beni culturali, Coordinatore nazionale del Popolo della Libertà e ora anche responsabile tematico dei Promotori della Libertà per la cultura e la formazione. Colgo l’occasione per rivolgergli i nostri ringraziamenti più sentiti per l’importante incarico assunto, certa di interpretare anche il pensiero di tutti i Promotori della Libertà. Con la sua autorevole guida ed il suo prezioso contributo, la nostra organizzazione saprà raggiungere i traguardi più ambiziosi per quello che è un ambito certamente di primaria rilevanza. Vi invitiamo pertanto a volere commentare il suo intervento, oltre che a cominciare ad elaborare iniziative di tipo culturale che potrete inviare all’indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Michela Vittoria Brambilla

“RIVENDICHIAMO CON ORGOGLIO LA NOSTRA STORIA”

Giovedì 22 Aprile 2010 08:24

di Sandro Bondi

Bondi

Quello che è accaduto in questi giorni richiama le ragioni fondamentali per le quali i tanti amici ed elettori del PdL, a partire dai Promotori della Libertà, hanno raccolto l’appello di Silvio Berlusconi ad impegnarsi al suo fianco in politica.

I Promotori della Libertà sono proprio coloro che hanno scelto di dare alla propria iscrizione al Popolo della Libertà un senso che vada al di là del semplice tesseramento e che concepiscono il loro impegno generosamente e in maniera disinteressata, a favore di un concreto sostegno all’azione del governo e del presidente Berlusconi.

Queste persone sono fra le più sconcertate e deluse per quanto sta accadendo.

Dopo il successo elettorale che abbiamo ottenuto, infatti, avremmo dovuto dedicarci subito ai problemi del Paese: ai temi del lavoro, del fisco, della scuola, della giustizia.

E invece siamo stati trascinati a discutere della necessità di scongiurare la possibilità di una divisione del PdL.

Che cosa sta succedendo – chiedono a tutti noi -, quali sono le ragioni vere per le quali, dopo una vittoria così importante, per certi versi straordinaria, se pensiamo a quello che è avvenuto prima e durante la campagna elettorale, si parla di formazione di gruppi autonomi, di scissioni e perfino di elezioni anticipate?

Davvero questo Paese non può mai stare in pace? C’è una sorta di cupio dissolvi, una furia distruttrice in una certa vecchia politica che non si cura, se non a parole, degli interessi del Paese, dei cittadini.

C’è qualcosa di oscuro nella politica, in Italia, che ignora i dati della realtà, che rifiuta l’analisi razionale, che cozza contro il buon senso.

Ci sono alcuni elementi inconfutabili: innanzitutto che il voto per il recente appuntamento elettorale ha premiato l’azione del governo, creato le condizioni per l’apertura di un lungo periodo da dedicare alle riforme, e confermato la validità della nascita del PdL.

Un altro elemento, che dei politici responsabili e avveduti non possono non prendere in considerazione, è che abbiamo affrontato le conseguenze di una crisi economica paragonabile per gravità e profondità soltanto a quella del 1929 e che, nonostante questo, siamo l’unico governo in tutta Europa che non è penalizzato dagli elettori, ma che anzi vede accrescere i propri consensi.

E’ un fenomeno che si deve a molti fattori: innanzitutto all’azione di una squadra di governo eccellente, che ha saputo affrontare la crisi non sulla base di provvedimenti ideologici, ma con soluzioni nuove improntate ad un sano pragmatismo; in secondo luogo all’iniziativa e ai successi di un partito che per la prima volta ha saputo stare sul campo con una nuova generazione di dirigenti; e infine alla forza di una leadership, quella di Berlusconi, che nonostante le campagne scandalistiche, gli attacchi giudiziari e politici, ha rovesciato un’altra volta, da solo, come nel 2006, una situazione estremamente difficile.

Tutto questo vuol dire che non c’è nessun problema da affrontare, che tutto è perfetto, che il confronto non sia utile e necessario in un grande partito democratico come il nostro?

Certamente no. Solo uno stupido può pensarlo.

Il confronto è necessario. Il confronto è un bene. Il confronto ci permette di migliorare il nostro impegno politico, di migliorare la nostra azione di governo, di rafforzare il nostro partito.

Un partito che abbiamo fortemente voluto. Che abbiamo costruito pazientemente in questi anni, un partito che è stato fondato dal nostro popolo prima che dalle nomenclature di partito.

Le posizioni critiche di Fini possono diventare un motivo di arricchimento e di forza del nostro partito, a condizione che non siano impostate come un continuo, sistematico, pretestuoso distinguersi dalla linea maggioritaria del partito, dalle decisioni assunte dal governo e dalla leadership di Silvio Berlusconi, come purtroppo è avvenuto fino ad ora.

Il problema di fondo è il modo in cui si intende condurre il confronto. Ci può essere una dialettica democratica che, partendo da un’intesa di fondo e dal riconoscimento di positivi e importanti traguardi ottenuti insieme nel corso di più di un decennio, produce risultati positivi e innovativi. Si può dare tuttavia anche una dialettica politica che, invece di presupporre una storia condivisa e un comune investimento nel futuro, scaturisca dalla prefigurazione di strade destinate a separarsi a partire da un nucleo divergente di valori e di prospettive politiche.

A me pare che quest’ultimo sia il confronto che gli intellettuali riuniti nella Fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini, hanno finora privilegiato, a partire dalla riproposizione assillante di un futuro diverso per il PdL, intravisto come “alternativo al berlusconismo declinante e al leghismo trionfante”.

Questo è il punto decisivo di disaccordo: come si possa concepire un confronto che si sviluppi non in continuità politica, ideale e programmatica con l’opera del suo fondatore, bensì in radicale alternativa ad esso.

Tutto il ragionamento di Campi e di Farefuturo è su questa lunghezza d’onda: dimostrare che “il finismo è altro dal berlusconismo”, che “un’altra destra, un’altra politica, un’altra Italia” è possibile dopo che finirà, secondo Alessandro Campi, l’incantesimo che avvolge l’Italia. E qui si avverte chiaramente il vero e proprio fastidio, l’avversione nei confronti dell’attuale destra e delle “truppe vocianti del Cavaliere”.

Ecco, io sono convinto che questo approccio sia non solo infondato, ma rovinoso per il confronto che si apre nel nostro partito. Infondato e rovinoso perché non prevede un necessario lavoro comune che, pur nelle differenze, conduca ad un esito, ad un’unità più alta, a possibili cambiamenti, a innovazioni auspicabili e possibili. Questo tipo di confronto scommette sulla frattura, sullo scarto, sull’ipotesi di una storia nuova e diversa rispetto a quella nella quale siamo impegnati oggi, pur con tutti i nostri limiti e difetti.

Oltretutto quando si invoca il confronto, ognuno è libero di esprimere le proprie idee e il proprio dissenso. Ma in questa logica democratica si deve anche ammettere che i destinatari del proprio furore polemico abbiano la possibilità di reagire e di manifestare a propria volta la propria opinione. Liberi Campi, Rossi e qualche volta anche Fini di dissentire da Berlusconi, ma liberi anche noi, noi che abbiamo vissuto la storia di Forza Italia, noi che abbiamo fondato insieme agli amici di Alleanza nazionale il Popolo della Libertà, voi Promotori della Libertà che vi riconoscete nel messaggio politico e nei valori di Silvio Berlusconi, di rivendicare con orgoglio l’appartenenza ad una storia che non tolleriamo venga giudicata in modo tanto rozzo e sbrigativo quanto infondato e ingeneroso.

 

Sandro Bondi